La famiglia è una risorsa per la società?

Il terribile assassinio della Signora Lorenzetti perpetrato l’altro giorno nell’ufficio postale di Via delle Viole, ci spinge a fare qualche considerazione su quanto una famiglia separata diventi particolarmente fragile al di là dei problemi complessi che sono alla base di una separazione coniugale.

Innanzitutto la famiglia non ha più risorse per se stessa. Quando i coniugi  prendono il largo dal proprio nucleo e ne costituiscono a loro volta altri, il mantenimento di due famiglie diventa faticosissimo e spesso dilaniante. Con un po’ di cinismo, Luciano De Crescenzo, scrittore napoletano, vede la questione sotto un profilo opportunistico e rivolgendosi ad una coppia che vuole separarsi, domanda: “Ma avete fatto bene i vostri conti? Vi conviene?” I paradosso è quindi  che mentre la famiglia chiede legittimamente più risorse per arrivare alla fine del mese, nello stesso tempo è costretta a dividere, necessariamente, quel poco che ha.

L’altra considerazione, invece, è se una famiglia può essere risorsa per altri nuclei magari in difficoltà e più in generale per l’intera comunità.

Quante volte abbiamo saputo di una separazione improvvisa e ci siamo detti che non ci eravamo accorti di nulla e quanti drammi si sono consumati proprio al di là delle pareti di casa nostra senza avere avuto la possibilità di intervenire in qualche modo. E’ vero pure che qualche volta l’intervento consulenziale o di mediazione familiare, che tanti professionisti offrono alle coppie in difficoltà, potrebbe in tempo mettere un freno alla escalation di cattiverie coniugali.

Ma chi non sente questa esigenza o la ritiene inutile? Credo che in questo caso si trascenda sempre più verso la barbarie, con l’inevitabile coinvolgimento dei figli, ove la ragione tende a soccombere a tutti i sentimenti e agli istinti più animaleschi.

Una famiglia vicina a queste coppie in grossa difficoltà può fare molto. “Prenderla in carico” si dice, oppure, “adottarla per qualche tempo” vuole dire offrire la propria disponibilità, non invadente e rispettosa, materiale e psicologica. Se questo significa aver cura dei figli nell’esecuzione dei compiti o di accompagnarli per le loro attività, e se qualche invito a cena in più possa contribuire allo “sblocco” di certe situazioni pesanti che hanno bisogno spesso solo di essere discusse con altri e condivise, questa famiglia si può dire che è stata una risorsa preziosa.

Ma la famiglia può essere una risorsa per la società? Probabilmente sì nella misura in cui due persone decidano di costituirla, il che non è sempre facile né desiderabile, ma sicuramente sì nella misura in cui si decida di dedicare del tempo ai problemi che la circondano.

La famiglia come risorsa della società civile ha molto ancora da imparare perché si considera ancora come utilizzatrice di beni e servizi più che protagonista di scelte. Lo vediamo nella Scuola dove i meccanismi della partecipazione sono ancora molto arrugginiti e lo vediamo nella Pubblica Amministrazione dove la nascita di Comitati di cittadini sono la reazione giustificata ad un governo della città che dà la sensazione del coinvolgimento sui processi decisionali ma che si percepisce in realtà abbia già tutto deciso.

Oggi la famiglia sente il fremito della partecipazione perché è consapevole che molte cose potrebbero andare meglio grazie anche al suo contributo. Tuttavia sarebbe necessario che le Istituzioni pensassero seriamente ad individuare degli spazi di condivisione e di ascolto delle istanze familiari, perché il problema vero è che la famiglia non è affatto sollecitata a partecipare alla vita civile, perché nessuno ha ancora un’idea su come farlo. Dire: “Tanto la gente non partecipa, tanto la gente non viene” è solo una terribile scusa su come non si riesca a coinvolgerla a partecipare.

Quindi il monito va principalmente alle Istituzioni che spesso  trovano assai comodo l’assenza della principale risorsa della società civile, ossia la famiglia, per poter prendere fredde e sbrigative decisioni sulla vita della gente.