Un Patto sull’alcool

Qualcuno ci deve spiegare perché a Milano l’ordinanza che vieta la vendita degli alcoolici ai minori di 16 anni è da considerarsi repressiva mentre nella civilissima Senigallia solo prevenire è bello e reprimere non serve a nulla.

Lo spettacolo che vi si para davanti alle casse, quando andate ai supermercati, è decisamente avvilente, perché vedete minorenni che aspettano il turno per pagare cassette di birra che non si sa dove e quando consumeranno (certo, dal caso del Miu J’adore di Marotta del febbraio scorso possiamo capire a che punto si può arrivare quando si alza un pò il gomito).

Per carità, ben vengano iniziative del Comune o dell’ASUR del tipo “Che cosa significa per te sentirsi brillo” oppure del “Viaggio sicuro al termine della notte” che servono senz’altro ad aumentare la sensibilità verso questo problema dei ragazzi come di noi adulti, ma l’argomentazione secondo la quale una severa punizione sia controproducente e non serva che ad alimentare lo stimolo alla trasgressione, crediamo stia perdendo sempre più consistenza.

L’ordinanza di Milano mette tutti in riga: gli esercenti, i ragazzi e le loro famiglie. Il codice penale punisce solo l’esercente, l’ordinanza responsabilizza tutti coloro che giocano un ruolo fondamentale nella soluzione del problema.

In particolare, non crediamo che punizioni esemplari criminalizzino il minore perché se la famiglia, come l’operatore commerciale giocasse un ruolo di rispetto e di sostegno della regola e non di scarico delle responsabilità, come accade sempre più spesso, avremmo tutti svolto un costruttiva azione educativa.

La regia di una Pubblica Amministrazione sarebbe a questo punto cruciale. Un Patto di corresponsabilità educativa (se ne parla sempre ma fa fatica a nascere) tra chi emette la norma e ne controlla il rispetto (l’ordinanza), e gli operatori come le famiglie che ne avallano la portata educativa, è necessario e diremmo che sia ora fatta.

Ci vuole solo un pò di coraggio.