Al bando i sacchetti di plastica

 
Pare che questo sia l’ultimo Natale con le buste di plastica in polietilene. Infatti, dal primo gennaio per fare la spesa o trasportare oggetti e merci, i tradizionali sacchetti di plastica dovranno essere sostituiti con quelli biodegradabili (per es. carta, mater-bi o altri materiali).

Il percorso. La messa al bando dei sacchetti in plastica non biodegradabile nasce con la finanziaria 2007 (Governo Prodi). La legge del 27 dicembre 2006 n. 296, prevedeva l'avvio, a partire dal 2007, di un programma sperimentale a livello nazionale per la progressiva riduzione della commercializzazione di sacchetti in plastica non biodegradabile. A seguito di questo programma si sarebbe giunti alla definitiva messa al bando dei sacchetti a partire dal 1º gennaio 2010. Nel giugno 2009 (Governo Berlusconi) la messa al bando delle shopper in plastica slitta di un anno: il decreto “milleproroghe” rinvia al 1° gennaio 2011 l'entrata in vigore del divieto. Insomma, ci siamo?

Localmente e da qualche tempo il sacchetto biodegradabile ce lo danno solo al supermercato al costo di € 0,10 cad (circa 26 euro all’anno) e poichè ha una discreta capacità lo utilizziamo anche per contenere i rifiuti domestici al posto del piccolo sacchetto di bioplastica fornitoci gratuitamente dal Comune. Nei negozi e al mercato, invece, il sacchetto è ancora di plastica e talvolta di carta. La prima questione che si pone è se si parta davvero il primo gennaio; infatti, si dice che si vorranno smaltire prima tutte le scorte di sacchetti di plastica ancora in circolazione; il secondo punto è se il sacchetto fosse di plastica più pesante, quindi non più “usa e getta” ma utilizzabile più volte, potrebbe essere comunque mantenuto; il terzo è se si controllerà l’avvenuta sostituzione (Torino che ha iniziato sei mesi fa ha introdotto una multa dai 25 ai 250 euro per il commerciante inadempiente); il quarto punto è se i cittadini di tutto questo sono informati e se devono pretendere dal negoziante il rilascio di una busta biodegradabile; infine, i prezzi di questi nuovi sacchetti saranno così trasparenti, come è oggi nella grande distribuzione, oppure saranno ‘inclusi’ nel prezzo finale del prodotto?

Le campagne informative realizzate quest’anno (p.es. Porta la sporta) hanno visto anche il Comune di Senigallia sollecitare la grande e piccola distribuzione a mettere in campo misure concrete e strategie di coinvolgimento dei cittadini sulla progressiva dismissione dei sacchetti in plastica. Ma ci sono varie perplessità. La prima è sicuramente quella dei produttori anche locali che per trasformare un impianto che produce sporte inquinanti in uno biocompatibile o lo pagano dai 100 ai 150 mila euro o mettono a rischio quella parte di forza lavoro oggi adibita alla produzione dei sacchetti in plastica. Un’altra è sul tipo di sacchetto da adottare: una busta sì di plastica, trattata però con particolari additivi che una volta abbandonata nell’ambiente si consuma in fretta, in uno o tre anni, oppure il delicatissimo e maleodorante sacchetto in bioplastica la cui degradabilità avviene in circa sei mesi?

Oppure promuovere le sporte in tela, in plastica dura o in carta cementificata? Al momento non vi sono prese di posizione da parte delle associazioni di categoria locali, come pure non sembra che il Comune abbia mai specificato (e se lo farà) le caratteristiche che devono avere le buste biodegradabili, lasciando libero l’esercente di scegliere la busta che più corrisponda a quelle caratteristiche di biodegradabilità. In effetti, tutti hanno avuto un anno per pensarci. Vedremo il primo gennaio cosa accadrà e se soprattutto qualcuno controllerà.

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