I sacchetti per l’umido, carta riciclata e mater-bi

immagineE mentre Napoli lentamente muore sotto il peso dei rifiuti, sembrerebbe una questione di lana caprina quella che, relativamente alla raccolta dell’umido domestico, porrebbe l’attenzione sulla scelta dei sacchetti di mater-bi o di carta riciclata.

In realtà, i senigalliesi, che già da qualche anno si cimentano bene o male a praticare la raccolta differenziata, probabilmente sono in condizione, più di altre comunità, di apprezzare la differenza di alcuni sistemi di raccolta. Da sei mesi a questa parte, sperimentalmente, sul territorio delle Saline, Montignano e Marzocca sono stati consegnati ai cittadini confezioni di sacchetti di carta riciclata ®Sumus in luogo di quelli abituali di mater-bi (amido di mais). L’esperienza di questi mesi ha avuto diversi riscontri, alcuni positivi altri drasticamente negativi. Addirittura, ne è stata fatta una interpellanza in consiglio comunale con la quale è stata chiesta la cessazione della sperimentazione dei sacchetti di carta in quanto inadatti per la loro piccola dimensione e la scarsa tenuta dei liquidi.

Di contro, le opinioni registrate dagli operatori o ascoltate direttamente da alcuni cittadini non ci sono sembrate così allarmanti e distruttive; anzi, la richiesta specifica del sacchetto ®Sumus si è manifestata più di una volta da parte di molti cittadini presso gli sportelli del CIR. Allora, evidentemente, bisognerà capire quali siano stati i motivi che hanno determinato un giudizio così negativo. Analizziamo, pertanto, le obiezioni sulle caratteristiche dei sacchetti per quanto riguarda la dimensione e la resistenza. Innanzitutto, bisogna specificare che morfologicamente i sacchetti di mater-bi e quelli di carta riciclata non sono esattamente la stessa cosa. I primi si adeguano facilmente alle pareti del contenitore, i secondi, rimanendo rigidi, praticamente s’infilano nel loro contenitore senza possibilità di ulteriori maneggiamenti, con una perdita naturale di spazi utilizzabili. Per far in modo che un contenitore da circa 10 lt, ossia quello utilizzato attualmente dalla nostra utenza, possa contenere un sacchetto di carta è necessario che questo risulti un po’ più piccolo ossia di 7 litri (8 lt quelli di mater-bi).

Quello utilizzato a Pesaro, per esempio, che è di 8 lt (più basso e più largo) risulta idoneo ad un contenitore completamente diverso dal nostro. Per quanto riguarda la tenuta, invece, crediamo che sia mancata completamente una corretta informazione sulle modalità di utilizzo del sacchetto di carta ®Sumus. (Allego l’efficace video realizzato sul tema dal titolo: TRASH FICTION http://www.youtube.com/watch?v=UFCbRt1vzrI). Una sorta di istruzioni per l’uso, insomma, come distendere sempre sul fondo del sacchetto il cartoncino che si trova all’interno, per garantirne resistenza e tenuta; come sgocciolare sempre i rifiuti organici prima di buttarli nel sacchetto; come NON pressare i rifiuti; come spezzettare i rifiuti più voluminosi; come buttare nel sacchetto carta assorbente e tovaglioli sporchi; come avvolgere in carta (ad es. di giornale) gli scarti puzzolenti (residui di pesce, carne, formaggi); come separare sempre gli scarti alimentari dalle confezioni di vetro, plastica, metallo, e così via. Naturalmente con questo non si vuole affermare la validità assoluta del sacchetto in sperimentazione, perché comunque l’esperienza di ciascuno di noi sarà sempre quella che ci farà decidere per l’uno o per l’altro, e la possibilità di scelta sarà per noi una buona occasione per diversificare e qualificare meglio il sistema di raccolta dei rifiuti domestici. 

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Al bando i sacchetti di plastica

 
Pare che questo sia l’ultimo Natale con le buste di plastica in polietilene. Infatti, dal primo gennaio per fare la spesa o trasportare oggetti e merci, i tradizionali sacchetti di plastica dovranno essere sostituiti con quelli biodegradabili (per es. carta, mater-bi o altri materiali).

Il percorso. La messa al bando dei sacchetti in plastica non biodegradabile nasce con la finanziaria 2007 (Governo Prodi). La legge del 27 dicembre 2006 n. 296, prevedeva l'avvio, a partire dal 2007, di un programma sperimentale a livello nazionale per la progressiva riduzione della commercializzazione di sacchetti in plastica non biodegradabile. A seguito di questo programma si sarebbe giunti alla definitiva messa al bando dei sacchetti a partire dal 1º gennaio 2010. Nel giugno 2009 (Governo Berlusconi) la messa al bando delle shopper in plastica slitta di un anno: il decreto “milleproroghe” rinvia al 1° gennaio 2011 l'entrata in vigore del divieto. Insomma, ci siamo?

Localmente e da qualche tempo il sacchetto biodegradabile ce lo danno solo al supermercato al costo di € 0,10 cad (circa 26 euro all’anno) e poichè ha una discreta capacità lo utilizziamo anche per contenere i rifiuti domestici al posto del piccolo sacchetto di bioplastica fornitoci gratuitamente dal Comune. Nei negozi e al mercato, invece, il sacchetto è ancora di plastica e talvolta di carta. La prima questione che si pone è se si parta davvero il primo gennaio; infatti, si dice che si vorranno smaltire prima tutte le scorte di sacchetti di plastica ancora in circolazione; il secondo punto è se il sacchetto fosse di plastica più pesante, quindi non più “usa e getta” ma utilizzabile più volte, potrebbe essere comunque mantenuto; il terzo è se si controllerà l’avvenuta sostituzione (Torino che ha iniziato sei mesi fa ha introdotto una multa dai 25 ai 250 euro per il commerciante inadempiente); il quarto punto è se i cittadini di tutto questo sono informati e se devono pretendere dal negoziante il rilascio di una busta biodegradabile; infine, i prezzi di questi nuovi sacchetti saranno così trasparenti, come è oggi nella grande distribuzione, oppure saranno ‘inclusi’ nel prezzo finale del prodotto?

Le campagne informative realizzate quest’anno (p.es. Porta la sporta) hanno visto anche il Comune di Senigallia sollecitare la grande e piccola distribuzione a mettere in campo misure concrete e strategie di coinvolgimento dei cittadini sulla progressiva dismissione dei sacchetti in plastica. Ma ci sono varie perplessità. La prima è sicuramente quella dei produttori anche locali che per trasformare un impianto che produce sporte inquinanti in uno biocompatibile o lo pagano dai 100 ai 150 mila euro o mettono a rischio quella parte di forza lavoro oggi adibita alla produzione dei sacchetti in plastica. Un’altra è sul tipo di sacchetto da adottare: una busta sì di plastica, trattata però con particolari additivi che una volta abbandonata nell’ambiente si consuma in fretta, in uno o tre anni, oppure il delicatissimo e maleodorante sacchetto in bioplastica la cui degradabilità avviene in circa sei mesi?

Oppure promuovere le sporte in tela, in plastica dura o in carta cementificata? Al momento non vi sono prese di posizione da parte delle associazioni di categoria locali, come pure non sembra che il Comune abbia mai specificato (e se lo farà) le caratteristiche che devono avere le buste biodegradabili, lasciando libero l’esercente di scegliere la busta che più corrisponda a quelle caratteristiche di biodegradabilità. In effetti, tutti hanno avuto un anno per pensarci. Vedremo il primo gennaio cosa accadrà e se soprattutto qualcuno controllerà.