Men at work: ‘Ingresso libero’, ma sul serio

ingresso liberoMentre sui parcheggi, le ZTL e i nuovi Outlet la ‘piazza’ si agita, noi continuiamo imperterriti a sostenere la strada che promuove la service policy, beni e servizi alternativi e il ‘sorriso’ accogliente dei negozianti del centro storico.

Questa volta lo facciamo riportando una significativa testimonianza di un nostro amico di Firenze, Marco Crisci, che ci racconta come il cliente in centro desidera divertirsi come un bambino.

“Sono stato un bambino fortunato. Mio padre non mi volle privare di quelle beate ore di sonno che la frequenza dell’asilo mi avrebbe rubato prima della scuola dell’obbligo, e al mattino quindi potevo accompagnare mia mamma a fare la spesa, girovagando tra i profumi e le persone che affollavano le botteghe di Firenze.

Avevo così stilato una mia personale classifica di gradimento tra il freddo delle macellerie, la monotonia delle latterie e la colorita abbondanza e varietà di prodotti che facevano bella mostra di sé nelle pizzicherie. La mia simpatia verso quel particolare negozio era alimentata dalla colorita giovialità tipica del titolare e dai piccoli assaggi di parmigiano o di prosciutto che, col consenso di mia madre, egli mi offriva uscendo dal banco e porgendomeli direttamente dalle sue mani. Il mio sorridente annuire alla domanda di verifica del pizzicagnolo (“è buono, eh?”) confortava la mamma sull’opportunità dell’acquisto e io non vedevo l’ora di arrivare di nuovo al sabato, per poter assolvere il mio ruolo ormai acquisito di assaggiatore ufficiale di casa.

Ero piuttosto annoiato, invece, dai negozi di abbigliamento, nei quali mi sentivo trattato un po’ come un manichino, infastidito dal dovermi togliere il mio maglione preferito per provarmene una serie di nuovi, di cui onestamente non sentivo tutto quel bisogno. Rimasi invece colpito da quei primi negozi che sfoggiavano sulla porta d’ingresso la dicitura “ingresso libero”: capii che quella scritta significava che potevamo entrare liberamente, curiosare, toccare, rovistare, provare e addirittura potevamo uscire da quel negozio anche senza acquistare nulla, e nessuno si sarebbe sognato di guardarci storto ma, anzi, ci avrebbero tutti salutato con un sorriso sperando di rivederci presto. Una volta messo in guardia che se avessi rotto qualcosa sarebbero stati guai, il grande gioco dell’esplorazione poteva avere inizio e rapidamente inserii anche i grandi magazzini tra i miei negozi preferiti.

Facile, no? Tuttavia, mi racconta un amico che qualche anno fa gli fu commissionata una ricerca su una certa boutique del “quadrilatero della moda”, per cercare di capire il motivo della scarsa fidelizzazione della clientela locale, avendo rilevato una quota di clienti milanesi molto bassa rispetto alla clientela internazionale di passaggio. Il risultato fu banalmente spiazzante: i pochi scalini necessari ad entrare in quel negozio obbligavano il cliente a intraprendere un certo percorso prima di entrare in contatto con il prodotto; e le commesse, splendide ma non abbastanza amichevoli, contribuivano a raggelare il prodotto e l’ambiente, vanificando gran parte dell’appeal del negozio e del brand. Un cliente poteva entrare, attirato dall’allure evocata dall’insegna, dalla location esclusiva, dalla curiosità, dal desiderio di acquistare; ma non trovava al suo interno sufficienti stimoli per tornarci. Magari aveva anche acquistato, ma non si era divertito. Il prodotto era lontano dal cliente, difficile da raggiungere. Era mancato il contatto, l’elemento relazionale, ciò che avvicina il brand al cliente: che è un individuo pensante, con i suoi sogni, i suoi ricordi e le sue sensazioni.

Il negozio promette qualcosa, ma è il venditore che deve mantenere questa promessa. Tra gli elementi che costituiscono la strategia del dettaglio, troppo spesso ci dimentichiamo di focalizzarci su quello più delicato e bisognoso di manutenzione, che è la service policy, il dosaggio quali-quantitativo del livello di servizio. Tradotto in concreto: un sorriso sincero, un convinto saluto di benvenuto, un gesto spontaneo che non scoraggi il cliente a toccare il prodotto ma che, al contrario, lo inviti a provarlo, a immaginarlo già suo. Il cliente che decide di visitare una boutique, già fuori dal negozio pregusta l’inizio del film di cui si appresta a diventare il protagonista: il compito del venditore sarà quello di fargli da “spalla”, da “comparsa” durante tutta la scena; il venditore aiuterà il cliente a familiarizzare con un ambiente nuovo e pieno di sorprese, che è il negozio; gli descriverà la comodità del divano da cui ammirerà il tv al plasma che sta per acquistare, gli farà pregustare il sorriso della donna che riceverà in regalo l’anello che sta scegliendo. La nostra venditrice farà sussultare il cuore della sua cliente, lasciandole immaginare lo sguardo piacevolmente sorpreso che il suo uomo le rivolgerà, accompagnandola a teatro nella sua nuova “mise”.

E la nostra cliente sarà una diva, il nostro cliente sarà un uomo di successo, sicuro di sé; sarà stato confortato dal venditore nella correttezza della sua scelta, avrà vissuto il suo film da protagonista, avrà soddisfatto il suo bisogno d’acquisto ma, soprattutto, si sarà divertito. Quando gli consegneremo la shopper contenente l’oggetto dei suoi desideri, non sarà neanche necessario soggiungere “torni presto a trovarci!”: perché sarà lui che non vedrà l’ora di tornare, sicuro che, ancora una volta, potrà trovare nel nostro negozio qualcuno che lo aiuterà a vivere il suo film, a fare la sua scelta: qualcuno che lo aiuterà a divertirsi acquistando.

Ed il cliente si divertirà, come un bambino”.

Una scuola sempre più in salita

Anche quest’anno i tagli inferti dalla riforma Gelmini li stiamo sentendo anche noi, come genitori di questi bambini. Per quanto riguarda le scuole di primo grado anche Senigallia ha avuto un gran da fare per quadrare i numeri degli organici, salvando, con soluzioni anche complesse, plessi e classi di centro e di periferia.

E non si placano nel frattempo le lotte soprattutto del precariato che si vede negare ancora una volta la possibilità di una stabilizzazione. La cosa, tuttavia, di cui siamo maggiormente preoccupati come genitori è la qualità di una scuola che ci dicono in caduta libera. Certo è da apprezzare lo sforzo del Comune, come quello della scuola, che assicurano (quasi) i medesimi servizi dell’anno scorso riservando fondi e, comunque, chiedendo alle famiglie ulteriori sacrifici economici affinché questa qualità venga lo stesso assicurata.

Per inciso, ci riferiscono che gli aumenti delle rette scolastiche erano inevitabili, perché erano la metà della media regionale e che, con gli aumenti comunque, resteranno le più basse. Ma il contraccolpo determinato dalla scomparsa del modulo con l’affermazione del maestro unico sta avendo una ricaduta tangibile sulla qualità dell’insegnamento. Che fare? Qui il pensiero va quasi naturalmente all’idea che la famiglia ha della scuola, ossia di un luogo dove viene erogato un servizio educativo che essa utilizza per un numero di ore sufficienti a coprire il proprio tempo lavoro. Questa idea ormai sembra non reggere più, perché il tipo di legame che la famiglia dovrà stabilire con la scuola deve avere il sapore di una partneriato sempre più importante.

Genitori che si offrono per assistere i bambini nel tempo mensa, genitori che aiutano le maestre durante le gite d’istruzione, genitori che (come è già accaduto) si fanno promotori/organizzatori di iniziative educative sono solo alcuni casi in cui le famiglie potrebbero contribuire a sostenere una qualità che con il nuovo modello è stata mortificata. Concludo con un appello. La qualità della scuola non può più essere una prerogativa esclusiva delle Istituzioni perché riteniamo che le famiglie nell’interesse esclusivo dei propri bambini, e nella generale scarsità di risorse, abbiano il diritto e il dovere di contribuire a risollevare il morale di una scuola palesemente avvilita.

La scelta del sacchetto di carta per l’umido SUMUS

Molti cittadini, che stanno ritirando i nuovi sacchetti di carta SUMUS per l’umido domestico, rimangono un po' perplessi sulla scelta della carta riciclata al posto di quella bioplastica (mater-bi).

Al di là dell’apprezzabile funzionalità del sacchetto, del quale abbiamo parlato in un articolo precedente, in effetti, uno degli aspetti poco rappresentati, nella filiera di gestione del rifiuto umido, è la percentuale di impurezze che giungono con la massa organica all'ingresso dell'impianto di trattamento finale (sia esso di compostaggio o di biodigestione anaerobica e compostaggio).

Tra gli elementi che maggiormente contribuiscono ad aumentare la percentuale di Materiale Non Compostabile (MNC), la plastica (shopper, buste varie) è tra i più rilevanti. Infatti, pur a fronte di un peso specifico ridotto, l'obbligo dell'intervento del gestore d'impianto, per separare tale prodotto non compostabile dalla massa organica, comporta il trascinamento con esso di importanti quantità di frazioni compostabili. L'impiego di bio-plastiche nelle raccolte differenziate non modifica, se non in modo marginale, il quadro. L'utente, infatti, rimasto privo di sacchetti in bioplastica (e questo è un fatto frequente per la debolezza degli stessi, per cui spesso l'utente ne usa due, uno dentro l'altro, per garantirsi sulla resistenza e la tenuta), tende a sostituirli preferibilmente con sacchetti in plastica. Da ciò deriva l’ulteriore confusione.

A bocca d'impianto il gestore, non potendo essere garantito sull'omogeneità della massa di involucri plastici (bio o meno) scarta e smaltisce separatamente tutti gli involucri. In tale operazione viene scartato molto organico perfettamente compostabile. In Piemonte, per tale problema, ci sono impianti che hanno percentuali di scarto del 25-35%. In Toscana siamo su una media del 30%. Adottando un sistema come SUMUS la percentuale di materiale non compostabile risulterebbe solo del 5%.

Il risparmio non è legato solo a questo mancato smaltimento in discarica di materiale processabile, ma anche dall'effettività dell'efficacia della raccolta. Non è infatti giustificabile a livello gestionale che un sistema che spende e fa spendere per attivare la raccolta differenziata dell'umido a monte, deve poi rispendere per conferire in discarica alte percentuali di quanto faticosamente raccolto separatamente.

Può essere interessante sapere che la Regione Piemonte (patria della Azienda leader nel settore delle bioplastiche-mater-bi) ha emanato recentemente una Delibera di Giunta concernente "Criteri tecnici regionali in materia di gestione dei rifiuti urbani”, in cui, per la raccolta differenziata del rifiuto organico umido, invita a preferire involucri in carta rispetto a ogni altro materiale per quanto definito biodegradabile. Ciò non deve stupire in quanto le bioplastiche, indipendentemente dalla loro compostabilità, non possono eludere il fatto di essere confondibili con le plastiche comuni.